Letteratura e psicologia

Il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è stato molto prolifico per la descrizione della vita interiore dell’uomo. In quei decenni la psicologia e la letteratura hanno avuto uno sviluppo eccezionale. Rispetto alla psicologia è inevitabile riferirsi a Sigmund Freud con la psicoanalisi e ai suoi allievi, riguardo invece alla letteratura sono molti i romanzieri e i poeti di quel periodo le cui opere sono rimaste dei “classici”. Dove inizino i contributi degli uni e dove finiscano quelli degli altri non è una questione così importante per capire l’animo umano. Di certo la letteratura è stata antesignana della psicoanalisi così come lo è stata la scienza a cui quasi unicamente ci si rivolge nella ricerca delle fondamenta della psicoanalisi. Infatti si è soliti argomentare l’influenza che Freud ha avuto da saperi indiscussi quali il determinismo, l’evoluzionismo, il positivismo, il relativismo… eppure Freud non ha temuto la frequentazione letteraria e artistica ma l’ha attivamente cercata. Poeti e scrittori, secondo il nostro maestro del sospetto, sublimano attraverso la parola, gli analisti invece, grazie alle parole, svolgono il processo inverso. Gli uni descrivono l’animo umano attraverso le parole trovando in esse un surrogato dei loro bisogni più primitivi, gli altri, grazie ad esse, discendono nell’animo umano per identificare le pulsioni che ci governano. “Il poeta [al contrario dell’analista] è un sognatore che non si è analizzato” ci dice acutamente il critico letterario Starobinski nel suo saggio “Amleto e Edipo”. Freud riteneva che scrittori e analisti, pur lavorando con metodi differenti, attingessero dalle stesse fonti, si occupassero dello stesso oggetto, arrivassero allo stesso risultato. È possibile dunque trovare delle similitudini tra gli autori della psicologia e quelli della letteratura. Potremmo per esempio equiparare la formazione di Freud, la sua cosiddetta autoanalisi, al ritiro didattico leopardiano nella biblioteca paterna. Così come possiamo paragonare l’inconscio e l’introspezione freudiani a quanto già presente negli scritti di Johann W. Goethe o nei dialoghi di William Shakespeare. Autori di questo calibro, siano essi psicoanalisti o letterati, dopo i loro titanici sforzi creativi, sembra abbiano sfondato il pensiero comune per accedere a un sapere più profondo che sostiene l’intero animo umano.

Letteratura e psicologia sono dunque accomunate da parti che interagiscono e che si influenzano e da parti comuni. Rispetto agli influssi che la letteratura ha dato alla psicologia, si possano ad esempio osservare i passi narrativi presenti in moltissimi romanzi che hanno trattato l’introspezione, l’inconscio, gli affetti, i desideri, le relazioni e i sentimenti e via discorrendo. Rispetto invece al contributo che la psicologia ha dato alla letteratura, si vedano i generi del “romanzo di formazione” e del “romanzo psicologico” oppure gli stili narrativi del monologo interiore e del flusso di coscienza in cui il tempo della narrazione diventa tempo psicologico che amalgama passato, presente e futuro in un’unica contemporaneità. A questo proposito sono esemplificative le opere di James Joyce e di Virginia Woolf, o, per avvicinarci un po’ di più ad alcuni nostri autori italiani, le opere di Luigi Pirandello, di Italo Svevo, di Umberto Saba e di Edoardo Sanguinetti che fanno del sapere psicoanalitico una delle loro ossature narrative.

Infine, rispetto allo stretto connubio tra queste due discipline, si può simpaticamente alludere all’analisi tenuta il secolo scorso in Inghilterra dal noto psicoanalista Wilfred Bion all’altrettanto noto letterato Samuel Beckett (analisi, definita non così a torto, vicendevole tra i due autori, chi cura chi). Quest’immagine è una preziosa metafora che tiene insieme nella stanza di analisi la psicologia e la letteratura, l’una di fronte all’altra in un dialogo salvifico. Uno spazio, un tempo, una relazione. L’arte dell’incontro psicoanalitico.



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